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Le attività di ENI minacciano gli indigeni dell’Amazzonia
Giovedì 28 Giugno 2018 12:52

 


amazzonia-ecuador-300x180[di Carlos Mazabanda per Amazon Watch, 30 maggio 2018. Traduzione di Cecilia Erba per A Sud]

Le organizzazioni indigene hanno respinto l’ingresso della compagnia nei propri territori e una dei leader ha subito minacce e intimidazioni

Domenica 13 maggio, appena prima dell’alba, alcuni aggressori ignoti hanno bombardato di pietre la casa di Salomé Aranda, Dirigenta de la Mujer y Familia della Comune di Moretecocha. Durante l’attacco, Salomé e la sua famiglia hanno cercato riparo all’interno della casa, per paura che gli aggressori fossero armati e cercassero di farli uscire all’aperto. I vicini hanno sentito i colpi delle rocce sui muri di legno e sono accorsi, facendo scappare gli assalitori nella foresta.

Con queste stesse parole Salomé ha raccontato l’episodio alla conferenza stampa del 15 maggio a Puyo, affermando che “L’attacco è stato una rappresaglia per la mia lotta in difesa della vita e dei nostri territori contro la minaccia che incombe su di noi: l’estrazione di combustibili fossili”. 

 

L’attacco non è casuale. Salomé appartiene al collettivo delle Donne dell’Amazzonia in difesa della foresta pluviale contro l’estrazione delle risorse naturali, ed è tra i rappresentanti che hanno partecipato all’incontro del 22 marzo con il presidente ecuadoriano Moreno, ottenuto con le proteste portate avanti. Durante l’incontro, Salomé si è fatta portavoce degli impatti sociali e ambientali subiti dalle comunità che abitano l’area sfruttata per i combustibili fossili, il “Blocco 10”. L’elenco di richiestepresentato dagli attivisti in quell’occasione include:

  1. Respingiamo fermamente l’espansione delle attività di AGIP Oil nel Blocco 10 nelle aree di Jimpikit e Morete Cocha, all’interno dei territori dei popoli Kichwa, Sapara, Sarayaku, Shuar e Achuar.
  2. Chiediamo la chiusura delle fonti inquinanti che contaminano i fiumi di Villano e Curaray, oltre che la totale riparazione per i territori e le comunità colpite da Agip Oil nel Blocco 10 dopo 28 anni di attività.

Salomé ha anche aperto l’assemblea comunitaria tenutasi in Moretecocha e ha partecipato a un’altra a Kumay, dove si è discusso del rifiuto delle attività estrattive di ENI-AGIP nei propri territori.

Dopo la conferenza stampa, Salomé mi ha riferito per telefono che aveva avuto notizie preoccupanti nelle settimane prima dell’attacco:

“Dopo essere andati a Quito a incontrare il presidente, si è sparsa la voce che la multinazionale mi avrebbe fatto causa. Poi ho saputo che mi stavano tenendo sotto controllo e che erano a conoscenza del mio lavoro contro di loro. La settimana scorsa, c’erano degli sconosciuti che chiedevano in giro dove abito. L’ultima cosa che mi hanno riferito è che la compagnia petrolifera intende tagliare i fondi per la promozione della salute della comunità e per le nostre scuole. E hanno detto a tutti che era colpa mia.”

Nei prossimi giorni, Salomé e la sua famiglia andranno a incontrare i leader della Comune di Moretecocha per raccontare quanto accaduto. Prima di salutarci, ha ribadito: “Continuerò a fare il mio lavoro, e non gli permetterò di manipolarci. Combatto per il nostro territorio. Continuerò a visitare le comunità e a parlare dei problemi causati dalla multinazionale e dei nostri diritti. Non mi darò per vinta.”

L’inizio delle estrazioni di combustibili fossili nel Blocco 10

Nel 1988, il governo ecuadoriano ha elargito la prima concessione per il Blocco 10, che si trova nella provincia di Pastaza nella parte centromeridionale dell’Amazzonia ecuadoriana, a un consorzio costituito da AGIP Petroleum (ora controllata da ENI), Arco Oriente INC e Denison. Questo è stato il primo blocco petrolifero a essere sfruttato nella regione, e ad oggi rimane l’unico. Fin dagli anni ’70 infatti, la maggior parte delle attività estrattive si è concentrata nel nord dell’Amazzonia.

L’Organizzazione dei Popoli Indigeni di Pastaza (OPIP) e la Confederazione delle Nazioni Indigene dell’Amazzonia Ecuadoriana (CONFENIAE) hanno subito iniziato una campagna di resistenza alle estrazioni. Le compagnie sono tuttavia riuscite a contenerli mettendo in campo strategie per sottrarre autonomia e dividere tra loro le organizzazioni indigene, incentivando altri spazi organizzativi finalizzati alla facilitazione delle attività petrolifere nei territori indigeni, e sottoscrivendo accordi di supporto alle comunità offrendo loro benefici economici per poterle controllare.

Nel 1999, la fase di costruzione Proyecto Villano nel Blocco 10 è stata completata e il primo barile di petrolio è stato esportato. Nel 2000, ENI-AGIP ha acquisito il 100% delle azioni e ha preso il controllo totale del giacimento di Villano con i suoi sette pozzi di estrazione.

La relazione paternalistica che ENI-AGIP ha istituito gli ha consentito di proseguire le proprie attività nel Blocco 10 nonostante le frequenti denunce da parte delle comunità delle pratiche distruttive a livello sociale e ambientale perpetrate. La multinazionale è generalmente riuscita a gettare acqua sulle proteste offrendo compensazioni e senza mai valutarne la gravità.

La decisione di espansione del Blocco 10 non ha ottemperato al diritto delle comunità alla consultazione e al consenso liberi, previ e informati

La nuova legge sugli idrocarburi entrata in vigore nel luglio 2010 stabilisce per il governo ecuadoriano l’obbligo di rinegoziare e firmare nuovi contratti con tutte le compagnie petrolchimiche. A novembre 2010, ENI-AGIP ha sottoscritto un nuovo contratto con il governo per l’esplorazione e lo sfruttamento del Blocco 10. Durante le negoziazioni, la compagnia ha ottenuto una modifica dei confini dell’area, che adesso include anche i giacimenti di Onglan, Moretecocha e Jimpikit.

La modifica dei confini del blocco incide su nuove zone dei territori indigeni della Federazione Shuar di Pastaza (FENASHP), dei Popoli Kichwa di Sarayaku, della Comune di Morete e della Nazionalità Achuar dell’Ecuador (NAE), che avrebbero avuto diritto alla consultazione e al consenso liberi, previ e informati prima della sottoscrizione del nuovo contratto, come stabilito dalla costituzione ecuadoriana, che è stata quindi violata.

Le popolazioni e organizzazioni indigene non sono state informate delle modifiche dei confini del Blocco 10, che ora comprende i loro territori. Ne sono venute a conoscenza solo recentemente nel 2013, quando il governo ecuadoriano ha iniziato un processo di “socializzazione” dell’allargamento delle attività estrattive nel Blocco 10. Questi standard di “socializzazione” sono stati respinti dalle organizzazioni indigene in quanto chiaramente in violazione del requisito preliminare del diritto alla consultazione e al consenso liberi, previ e informati, e in qualsiasi caso non rispettavano gli standard internazionali per l’esercizio di questi diritti. Inoltre, in quel periodo la sentenza della Corte Internazionale dei Diritti Umani nel caso Sarayaku vs Ecuador era ancora in vigore, e obbligava il governo a seguire delle procedure specifiche per ottenere il consenso della comunità Sarayaku prima che qualsiasi attività estrattiva potesse essere intrapresa nel loro territorio, come provvedimento cautelare per evitare che i loro diritti venissero nuovamente violati.

Le organizzazioni e le comunità indigene respingono il Blocco 10

Alla fine del 2017, ENI-AGIP ha iniziato a prendere contatti con le organizzazioni indigene invitandole per iscritto a incontrarsi per discutere i propri futuri progetti di sfruttamento dei giacimenti di Onglan, Moretecocha e Jimpikit. Le organizzazioni in risposta hanno reiterato il loro rifiuto dei piani esplorativi e estrattivi nei vari giacimenti compresi nella revisione del Blocco 10.

FENASHP, nei cui territori si trova il giacimento di Jimpikit, ha risposto a uno di questi inviti con una lettera rivolta alla dirigenza di AGIP Oil Ecuador, al presidente dell’Ecuador e al Segretario degli Idrocarburi, chiedendo che la compagnia “rispetti la volontà del popolo Shuar di proibire l’estrazione di combustibili fossili nel nostro territorio.”

Lo scorso 17 aprile, la Comune di Moretecocha, che rappresenta otto comunità, ha tenuto un’assemblea in cui è stato deciso di “consolidare le relazioni all’interno delle comunità per rafforzare le nostre lotte contri gli abusi e le discriminazioni perpetrati da AGIP Oil Ecuador nel Blocco 10”.

L’ultima assemblea si è tenuta il 3 maggio tra la comunità Shuar di Kumay e rappresentanti dall’intera regione, tra cui la Nazione Sapara dell’Ecuador, i Popoli Kichwa di Sarayaku, la Federazione Shuar di Pastaza, la Comune di Moretecocha, il Centro Kumay, l’Associazione Tarimiat e le comunità Shuar di Nanki, Pantin, Tuna e Kawa. L’Assemblea ha dichiarato il proprio “assoluto, radicale e totale rigetto di qualsiasi tentativo di ingresso da parte della compagnia ENI-AGIP nel Blocco 10, sulla base dei nostri diritti costituzionali e del diritto alla resistenza.”

Leggi anche: L’ENI rispetti i diritti dei popoli Amazzonici

 

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