ENI - NIGERIA

La campagna Eni-Nigeria inizia nel novembre 2006 quando Bridget Yorgure, nigeriana rappresentante del Mosop Italia, incontra l'associazione A Sud e chiede di sostenere in Italia le rivendicazioni del suo popolo.

In quell'occasione Bridget illustra la condizione in cui vivono le popolazioni del Delta del Niger, le battaglie che da anni stanno portando avanti e la storia del Mosop, il movimento non violento per sopravvivenza del popolo Ogoni (un'etnia costituita da oltre 2 milioni di persone e da 8mila rifugiati che vivono negli Stati Uniti).

Il Mosop è stato fondato all'inizio degli anni '90 da Ken Saro Wiwa, poeta e professore universitario che guidò la campagna contro la Shell e rese nota a livello internazionale la battaglia del suo popolo. E che dovette pagare con la morte la sua attività pacifista: dopo essere stato più volte imprigionato, il 10 novembre del 1995 venne impiccato insieme ad altri 8 attivisti.

Poco tempo dopo l'incontro con Bridget, il 7 dicembre 2006, il Mend (Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger), un altro dei numerosi movimenti organizzati del Delta del Niger, rapisce i tre tecnici italiani dell'ENI Cosma Russo, Francesco Arena e Roberto Dieghi, subito rilasciato, e il libanese Imad Saliba.

Il Mend, costituito da giovani della poverissima etnia Ijaw, è venuto alla ribalta lo scorso anno con rapimenti, sabotaggi di oleodotti e attacchi alle piattaforme di Agip, Chevron e Shell. Chiede una redistribuzione dei redditi petroliferi a favore delle popolazioni nigeriane.

L'8 gennaio 2007 A Sud, insieme a Padre Alex Zanotelli e a PeaceLink, diffonde un comunicato in cui chiede: la liberazione degli ostagg; un impegno da parte del governo italiano ad impegnarsi per monitorare l'attività della sua impresa; invita le associazioni della società civile ad aderire all'appello.

Nel corso del dicembre 2006 si costruisce una rete di associazioni, movimenti e sindacati di base che aderiscono all'appello ed iniziano ad attivarsi sulla questione.

Il 23 gennaio 2007, in contemporanea con Forum sociale mondiale, le associazioni aderenti organizzano un sit-in sotto la sede dell'Eni e lanciano un nuovo comunicato. Sono presenti i rappresentanti delle associazioni A Sud, Attac, Casa delle Culture, Confederazione Cobas, RdB Energia, Crbm, PeaceLink, Internet network for peace, Geologia senza Frontiere, Ass. Alternativamente, Ass. Cult. Aurum Il divenire, Ass. Grano di Sale, Amisnet, Altre Mappe, Sud Pontino Social Forum, Centro Culturale la Pietra Vivente, Coordinamento Nord/Sud del Mondo, Casa della cultura Antiatomica.

Le organizzazioni promotrici chiedono al governo italiano e all'Eni:

- un maggior impegno per garantire il rilascio dei lavoratori italiani e un' equa soluzione della controversia

- il risarcimento per i danni ambientali e sociali provocati

- una bonifica ambientale

- l'applicazione di politiche rispettose dei diritti umani, ambientali, economici e sociali che consentano un'equa redistribuzione dei proventi dell'attività petrolifera

Chiedono inoltre ai capigruppo di camera e senato delle forze politiche dell'Unione un incontro urgente per affrontare e cercare una risoluzione alle questioni che il sequestro degli italiani e le attività dell'Eni pongono sul piano della politica estera, della politica energetica e ambientale del nostro paese.

Tra febbraio e marzo si susseguono, oltre alle assemblee interne, gli incontri istituzionali:

Il 6 febbraio 2007 una delegazione composta da Alex Zanotelli, A Sud, Cobas, Casa delle Culture ed RdB incontra il ministro dell'ambiente Pecoraro Scanio, i capogruppo alla Camera dei Verdi e Prc Angelo Bonelli e Gennaro Migliore, il consigliere regionale Alessandro Metz e il parlamentare Paolo Cacciari.

Il ministro dell'ambiente si impegna a prendere misure contro la pratica del gas flaring e a chiedere al Ministro Padoa Schioppa un intervento sull'Eni affinché l'azienda italiana assuma un comportamento ecologicamente responsabile. L'on. Paolo Cacciari presenta un'interrogazione parlamentare sulle attività dell'Eni. Si profila l'ipotesi di una di parlamentari di diverse forze politiche e della società civile che si rechi sul Delta del Niger per verificare la drammatica situazione e dare un segnale politico chiaro su uno scandalo destinato ad allargarsi con il passare dei giorni.

Sul primo numero di Marzo, il settimanale "Carta" approfondisce le relazioni tra petrolio, corruzione e politica sul Delta del Niger. L'approfondimento fa seguito ai reportage realizzati da Stefano Liberti su "il Manifesto" ( www.ilmanifesto.it), che ha intervistato i sequestrati italiani nelle mani del Mend ed ha raccolto le testimonianze dirette sugli impatti e le violazioni provocate dall'impresa italiana Eni.

Pochi giorni dopo il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, facendo seguito all'appello lanciato dalla società civile, incontra padre Alex Zanotelli e Giuseppe De Marzo. Si impegna a portare la questione al Presidente del Consiglio Romano Prodi e ad attivarsi affinché l'Italia cessi la pratica del gas flaring. Dice inoltre che consulterà i capigruppo della camera Bonelli e Migliore per vagliare la proposta di una commissione ufficiale all'interno della commissione ambiente del parlamento che verifichi la situazione del delta del Niger e le responsabilità dell'Eni.

Ai numerosi incontri istituzionali non ha fatto seguito, purtroppo, sinora nessuna azione concreta.

Il 17 marzo La vicenda del rapimento in Nigeria dei due tecnici dell'Eni Francesco Arena e Cosma Russo si è per fortuna conclusa positivamente con la loro liberazione, dopo circa cento giorni di sequestro nelle mani del Movimento di Emancipazione del Delta del Niger.

La campagna ha espresso grande soddisfazione e ha invitato allo stesso tempo la stampa e la società italiane a non considerare risolte le questioni connesse con questo rapimento. L'iniqua distribuzione dei proventi dell'estrazione petrolifera, la gravissima situazione che affligge le popolazioni del Delta del Niger, le violazioni dei diritti umani e ambientali legati alle pratiche poco sostenibili delle multinazionali che operano nel territorio, tra cui la nostra Eni, rimangono temi aperti.

A Sud e la campagna Eni-Nigeria continueranno ad approfondirli, diffonderli e denunciarli perché non vengano archiviati e dimenticati. La rete ha preso contatti con i comitati italiani contro i rigassificatori e proseguono le assemblee, i dibattiti e le manifestazioni.

Perché la povertà, la violazione dei diritti umani e i 20 milioni di nigeriani che vivono con due dollari al giorno continuano ad esistere. Perché sono legati al tema della politica estera ed energetica del nostro paese. E perché, purtroppo, la responsabilità è anche nostra.